Sintobiografia e sintoscritti di Franco Roberto Rinaudi

 

 

Nato e cresciuto a Torino guardavo i monti e sognavo il mare. A 20 anni già lavoravo per la mia e le altrui pensioni. Poi, nel mezzo del cammino di mia vita, nella lingua di terra tra due laghi di montagna, inciampai in due verdi occhi ammalianti. Per amore di quei due occhi mi sposai, e gli occhi diventarono quattro e poi sei. In un giorno d’inverno di tanti anni fa emigrai, sbarcando in Sicilia, armato solo di due valigie di cartone e d’un cappotto liso(la). Ed ora, marito e padre, felicemente espettorato dal lavoro, ho dismesso la faccia di uomo serio e faccio quello che Fo. Giocoliere di parole equilibrista tra mie ed altrui emozioni. È tutta un’illusione la vita. Apro le finestre e vedo il mare…ma, oggi, non riesco a dimenticare i miei monti.

 

 

 

 

 

 

 

 

Non è forse la grande forza magnetica che sprigiona il girasole
a fa sollevare ogni mattina il sole?
Tenerlo sospeso in aria con la sola sua forza ipnotizzatrice
è la grande arte del girasole.
Fino a sera, quando, stanco di tanto sforzo, alfin china il capo.
Ed ecco che allora il sole, liberato dal sortilegio,
precipita nell’oceano, sollevandolo un poco nell’alta marea.

 

 

 

 

 

 

 

 

 Maggio

Profumi intensi dagli incendi di maggio. E fiamme rosse.
Accorrono veloci i giardinieri con innaffiatoi ripieni di acque fresche, per ravvivare il fuoco dei roseti in fiamme.
Fanno capannelli i moscerini nell’aria, i calabroni suonano nenie ronzanti, le farfalle danzano e volano sulle punte di zampette fasciate, le libellule si posano come idrovolanti sulla superficie della vasca d’acqua. Anche i grilli provano a volare con stentati salti.
Maggio è arrivato, si aspetta l’arrivo di un maggiolino maggiordomo per dare l’inizio alla festa di Primavera

 

 

 

 

 

 

 

 

Al calar della notte

Ieri ho finalmente comprato il sempre sognato “Orologio svizzero notturno a cucù”. Oddio, non esattamente a cucù, l’ho detto solo per potervene dare una idea più precisa. A differenza del cucù, ad esempio, al posto della casetta di montagna ha una grotta scura, ma così scura, che non si riesce neanche a capire cosa sia se non ve lo dicessi io. Ovviamente tutto il marchingegno è celato nella grotta buia ed è praticamente invisibile, lancette comprese. Da questa caverna esce, due volte di notte, quando il buio è più fitto, un pipistrello che annuncia che ore sono.
Solo che lo fa con il verso del pipistrello giustamente, che essendo fatto di ultrasuoni nessuno lo sente.
“Poco male che tanto è fosforescente mi sono detto, se non lo sento vedrò l’ora nel buio”. In effetti sarebbe stato così se non avessero usato materiale radioattivo esausto. Il cesio era giusto alla fine del suo millennio di attività neutrinica…
Ed oggi, quando mi sono svegliato, l’orologio non ho più trovato.
Mi sa che non è stato un gran sogno…

 

 

 

 

 

 

 

 

Tornando sui miei passi

Un brindisi alla vita con un calice colmo di aria fresca, con gli occhi turchini: metà d’azzurro di mare e metà di blu di cielo. Con la linea dell’orizzonte a separare il desiderio di vivere ancora dall’ossessione di farla finita.
Dietro la nuca il rimpianto delle occasioni sprecate, e di fianco mano nella mano, la speranza a sinistra e una indefinibile malinconica tristezza a destra. Quanto è inutilmente complicata la vita quando finisce, ragazza mia. Vira il viandante verso se stesso.

 

 

 

 

 

 

 

 

Antonio Attolino

 

 

Dopo una giornata particolare

Il tramonto è l’apoteosi del giorno. Il suo gran finale in un tripudio di colori. Un capolavoro assoluto. E dopo, non restano che gli applausi della luna e una spolverata di stelle sul pavimento rovesciato del cielo

 

 

 

 

 

 

 

Un tè nel deserto

Valentino Rodolfo Sobello si stava preparando per uscire la sera. Aveva una nuova ragazza (ne cambiava una al giorno), e sapeva già come sarebbe finita la serata. Si lavò il viso, si sbarbò accuratamente. Poi avendo fame prese il tiramisù propedeutico dal frigo e cominciò a mangiarlo, continuando, nel frattempo, la toelettatura. Con una pinzetta si tolse due peli dal naso, si profumò abbondantemente, poi prese la boccetta della brillantina e iniziò ad ungersi accuratamente i capelli. Fu allora che avvenne l’imprevisto. Con il gomito urtò la boccetta che cadde nel tiramisù. Sconvolto la raccolse con le mani già mezza svuotata e fu allora che disse la celebre frase: “Unte nel dessert”.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Avevo dieci anni ed una estate tutta per me

Lo trovai per caso in una abbandonata casupola di periferia, dove per entrare bisognava evitare i frammenti di vetro sul pavimento dissestato e scostare i drappi di ragnatele setose sui muri diroccati. Tra i calcinacci non era rimasto che lui, un libro in un angolo sotto la finestra rotta. La copertina blu ricoperta di polvere, il bordo delle pagine mangiucchiato dai topi. Né bello né addormentato eppure in attesa di pietosi occhi azzurri che l’avrebbero tratto all’oblio.
E fu così che quel giorno lo raccolsi e cominciai a leggerlo. E leggendolo il bianconero delle sue pagine riprese colore solo per me, come le gote d’un annegato al bacio che lo riporta in vita.
Il titolo mi chiedete ansiosi? L’ho dimenticato; come fa la memoria a ricordare tutti i titoli dei libri letti. Ma non ho mai dimenticato la scoperta di quel giorno. Come fa il cuore a dimenticare anche solo una emozione che ha vissuto?

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La preghiera di una sirena

Stanca, m’abbandonai al mare. Un delfino m’insegnò a morire. Nelle praterie di alghe fluttuanti tornai ad una nuova vita. Tra guizzanti pesci d’argento e sogni di cime innevate. Muti m’accolsero i fantasmi sulla tolda della nave affondata. Circondato d’arruginiti cannoni, un timone si sfaceva al mare. Imparai dalle balene il canto e dall’ippocampo la grazia, il silenzio dal tonno, e il camminare dal granchio.
Ed oggi io vivo la nostalgia di una speranza perduta. Divisa tra due continenti che mi hanno respinta. E prego, per i miei fratelli che, impavidi, solcano il mare.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’amore (a-mors: senza morte)

È un attimo sospeso sul fiume della vita.

È la fiamma che distrugge ciò che la alimenta.
Un grande incendio che illumina e devasta la quiete della mente.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Dal web

Dal web

La mia estate

Oggi ho fatto un lungo bagno a Mondello. Un pesciolino mi ha riconosciuto (ci siamo scambiati l’amicizia a settembre dello scorso anno) e mi ha circumnavigato per molti minuti. Mi sfiorava con le pinne ed io giravo in tondo con lui. Ad un certo punto ha capito che quel tronco doveva avere una testa e, con un enorme sforzo, è saltato oltre il mare. È stato solo un attimo, ma i nostri occhi si sono guardati e riconosciuti. Io ho sorriso e lui ha aperto la bocca, più di così non si può pretendere da un piccolo pesce. Poi sono sceso io, sotto il cielo del mare, ma i miei occhi, pur aperti per bene, non hanno visto che un guizzo d’argento, più di così non si può pretendere da un umano obsoleto. Non possiamo eliminare del tutto questo azzurro che ci unisce e ci separa. Ma possiamo nuotare affiancati in ogni caso…

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Un salto nel tempo

Un chicco d’uva dal grappolo cadde. Rotolò tra i tuoi seni e raggiunse l’inguine. Tu ridevi tra i filari. Era d’autunno, era l’amore.

 

 

 

 

 

Un salto nel tempo e nello spazio

Hai mai visto un raggio di sole? Sono infiniti e inseparabili, come il numero delle stelle, i raggi di sole, e viaggiano sempre assieme. Per questo è quasi impossibile vederne uno isolato.
Sono in gruppo e pudichi come ragazze nude al fiume, i raggi di sole. Ma quando, come oggi io, ne trovi uno che sfiora di calore una strelitzia gialla, ti accorgi di quanto è indecifrabile questa nostra fragile vita.
Arrivare, con un lunghissimo viaggio, solo per accarezzare il fiore è il suo compito, unico e sconvolgente.
«Ti do la vita bruciando per sempre», questo è il messaggio che il sole mi manda quest’oggi.
 

 

 

 

 

 

 

L’odore della paura

Soffia dal monte un odore metallico, riluccicano i bagliori delle armi, clange, soffocato, un rumore di ferri.
Come una foresta in marcia si stagliano già, sulle colline, gli elmi dei cavalieri teutonici. Per molti oggi sarà l’ultimo giorno di una breve vita. E dalla mia finestra io indico il pericolo: «Presto, voi che potete, correte ad imbracciare le armi, la patria è in pericolo!». Una mano pietosa sbuca dalla stola nera e traccia su di me dei segni nell’aria. Solo io in tutta la città vedo, in tutto il suo orrore, il pericolo che ci sovrasta.
Solo io, immobilizzato dalle ferite in un letto, vedo gli avvoltoi che volteggiano con ghigni lascivi il mare.
Sono il solo a capire che oggi si dovrà morire.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Vorrei

Vorrei saper spennellare di bianco tutti i tetti della mia città come fa la neve d’inverno. Con una tazza di latte rubata alla luna.
Vorrei saper tinteggiare di rosa tutti i rami degli alberi, come solo la primavera sa fare ai ciliegi. Con le code pennute di mille rondini.
Vorrei saper dipingere d’azzurro l’ombra d’un gabbiano sulla superficie del mare, come fa il sole d’estate. Con un pennello di luce.
Vorrei saper colorare di grigio tutte le sfumature del mio autunno, come solo la nebbia sa fare. Con mille goccioline di lacrime invisibili.
E vorrei saper usare tutte le altre cromie, come sa fare il genio dell’arcobaleno, per colorare le emozioni che gli occhi non vedono. Con milioni di battiti accelerati del cuore.
In ogni giorno di questa mia impalpabile vita, vorrei!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Tu non lo saprai mai

Sarà nella notte del tuo giorno più bello che verrà la morte a trovarti.
Ti accarezzerà con un abbraccio lieve e prenderà il calco del tuo volto felice.
Ti concederà di vivere ancora e quando tornerà
sarà quella maschera che porrà sul tuo viso.