Sintobiografia e sintoscritti di Lucia Amorosi

 

Sono nata a Roma nel 1964 e questa città, dove ancora vivo, mi ha molto segnato, infondendomi una immensa passione per tutto ciò che è storia e arte. Amo le cose concrete, vivo “con i piedi a terra”, poi però mi bastano un tramonto, un dipinto oppure un libro per tornare a perdermi. Sono una contraddizione ambulante.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Vivo con i ricordi e
non di ricordi
volteggiando tra sogni e
cogliendo cose belle

 

 

 

 

Anonima Giuditta

Giuditta era una donnetta anonima che come ogni sera aspettava il rientro del marito.
Gran lavoratore suo marito, la sera sempre stanco, sempre nervoso, però a ragione.
Già la ragione. Il punto è che Giuditta a quell’uomo dava sempre ragione.
Se la rimproverava per una camicia stirata male, per la minestra insipida o per una risposta di troppo, lei gli dava ragione.
Però troppe, troppe volte suo marito passava al torto, quando oltre al veleno della lingua usava le mani.
Mani per picchiarla.
Allora Giuditta gli dava ragione ma solo per paura e dentro di se sapeva che non era più amore.
Le giornate erano lunghe da passare da sola, con la disperazione, a contarsi i lividi.
“Quell’uomo ti ha rovinato la vita.”
“Lascialo, è un animale.”
“Signora, prima o poi queste cadute dalle scale la uccideranno.”
Così Giuditta giocò di anticipo e una sera lo attese dietro la porta della cucina,
stringendo forte in mano un coltello con la lama ben affilata.
Poi rigirò sedie e frantumò stoviglie e uscì in strada,
qui respirando a pieni polmoni aria fresca gridò: “Aiuto, mi ammazza!”
Giuditta anonima certo non doveva arrivare a tanto.
Però si è salvata la vita.
 

 

 

 

C’era aria di tempesta

Spalanco la finestra e lascio entrare l’aria
a rinfrescarmi i polmoni.
Si è calmato il vento che mi scorreva dentro
turbinando intorno alle paure,
e che d’improvviso è esploso
liberando la mia rabbia.
Lo sguardo scorre sul tuo corpo inerme,
sugli occhi spenti che non mi violeranno più arroganti,
mentre riposo la lama sporca del tuo sangue.
È passata la tempesta
e con lei il terrore delle tue violenze.
Respiro appieno quest’aria nuova,
posso sorridere adesso
e far scorrere una lacrima
liberatoria.
 

 

 

 

Da Stresovital.com

Nina

Passava sempre alla solita ora
a testa bassa
con le mani in tasca
tasche piene di ricordi
 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Goccia di rugiada

Era l’alba quando le si aprirono le ali
che dischiuse maestose come vele.
Con loro si abbandonò al vuoto e si lasciò portare.
L’aria l’accolse e la meraviglia la guidò.
Sorvolò così un prato verde
punteggiato di fiori e gocce di cielo.
Si posò su una corolla e con le ali frementi
si specchiò nella rugiada.
Quale stupore la sorprese nello scoprirsi così bella!
Nel minuscolo lago la sua gioventù si rifletteva altera,
in un istante troppo bello per non sembrare eterno,
Poi l’alba lasciò il posto alla luce intensa del mattino
con il sole che, sorgendo, rapì la magica goccia.
Così finì la gioventù della farfalla
che si avviò alla fine dei suoi giorni
svolazzando sui fiori.
 

 

 

 

Il viaggio di Angelino

Come ogni pomeriggio, tempo permettendo, Angelino sedeva sulla panchina della piazza, all’ombra di un nodoso ulivo. Mani callose e tosse roca di mille sigarette.
Ragazzini si rincorrevano per le scalinate, donne con le buste della spesa vociavano ridacchiando tra di loro.
Lui sedeva lì assente, per niente incuriosito dai suoi amici che dal tavolino del bar urlavano invettive giocando a briscola. Stringeva con la destra il suo inseparabile bastone, con la sinistra si massaggiava il ginocchio spigoloso e dolorante. Le rughe scure del viso raccontavano di tante primavere andate.
Con occhi stretti e acquosi seguiva il passaggio di una schiera di formiche. Laboriose, infaticabili creaturine trasportavano il corpo esanime di uno scarafaggio; chissà quanto lontano. Anche sua moglie era partita, l’anno prima, per il cielo; i suoi figli per la città.
Angelino lì da solo cercava di dare un senso a tutto questo.
Confuso, deluso, un po’ impaurito, sapeva che sarebbe partito presto anche lui, senza aver capito il perché.

 

 

 

 

Parole nel vento

Cosa ricordo di quella sera?
Ricordo noi
nel vento di fine estate,
le tue mani grandi,
non più calde,
non più mie.
Quello sguardo sfuggente
che mi spezzava il cuore
e mille frammenti di noi
impossibili da ricomporre.
Mi ricordo incredula
a cercare di capire,
di capire le tue parole vuote,
inutili parole,
parole rapite via dal vento.
 

 

 

 

Dal web

Alba

Sfuma il profilo della luna
nel fresco del mattino
È primavera
e il respiro si allunga
I colori tamponano le ferite
Tutto è pronto
per fare spazio al sole.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Buonanotte

Mi regalo carezze stasera
e specchi per sorridere
Pensieri molli aleggiano nell’aria
Si posano tra le pieghe del viso
tra i capelli e sul cuscino
Sta arrivando la primavera
che frizzante mi invita
Oso ancora sperare
e intanto sogno.
 

 

 

 

Venti di guerra in tv

Nonna Marianna cercava di non sentire
e intanto accarezzava vecchie fotografie.
 

 

 

 

L’età dell’innocenza

Ci si abbracciava
Di bacio in bacio
E le nostre carezze
Come ali di farfalla
A colorare l’innocenza
Che piano piano
volava via con loro.
 

 

 

 

Tamara De Lempicka, Donna che dorme

I silenzi

I silenzi della notte hanno la mia età
e il sapore dolce amaro dei sogni andati.
Li sento aleggiare leggeri, più spesso pesanti come macigni,
selvaggi, e a volte dolorosi,
spogliano la mia anima fragile.
Silenzi della notte, li abbraccio nel cuscino,
miei fedeli compagni,
in attesa del desiderato sonno.
 

 

 

 

 

 

 

 

 

Un amore

Amava il mare,
respirarne l’alito fatto di vento e sale,
di onde spumose e di tempesta,
di calma piatta e rossi tramonti.
Era un amore che d’estate andava a riposare,
quando quel mare si popolava di estranei a profanarlo.
Allora pazientemente la ragazza contava il tempo,
riguardando vecchie foto:
ritratti di quell’azzurro dai mille volti,
dai mille umori,
per riassaporarne ad occhi chiusi la magia.
Poi, finalmente, la spiaggia sarebbe tornata deserta
e lei lo avrebbe di nuovo avuto tutto per se.
Sarebbe tornata a lui e,
come due amanti,
avrebbero sciolto i propri segreti
da affidare ai gabbiani.
 

 

 

 

Dal web

 

 

Bambina

Una vecchia fotografia, minuscola e scolorita.
Immagine poco nitida di me bambina con un vestito a fiori.
Tenevo in braccio una bambola mora
e fissavo qualcuno ridendo.
Come si chiamava la bambola?
Chi ha scattato la foto?
Per quale motivo sto ridendo e
chi mi ha cucito quel vestito a fiori?
Perché una parte di noi evapora nel tempo?
Tanto ho lasciato indietro,
ho dimenticato attimi, ore, giorni.
Mi riconosco nelle poche cose che ricordo di me
e teneramente mi porto dentro.

 

 

 

 

Il treno della speranza

Treni sferragliavano veloci,
trasportando vite e sogni.
Anche Nina ne avrebbe preso uno un giorno,
per oltrepassare l’orizzonte.
 

 

 

 

A Pascal

È nelle giornate di pioggia, quando la luce dura poco e la città si tinge di grigio.
Quando le mani sono fredde, e se non stai attenta ti si raffredda pure il cuore.
È allora che provo a consolarmi raccontandomi delle storie.
Mi racconto di quando il cielo si tinge di rosa e dalla montagna arriva il profumo delle ginestre.
Delle nuvole che si rincorrono scivolando nel cielo e del mare che ruggendo sbrana la riva.
Del vento che soffiando tra gli alberi ne fa danzare le foglie e dell’erba che luccica dopo la pioggia.
È allora che sento scalpitare tutto quello che ho dentro: la primavera che ho nell’anima.
 

 

 

 

Dal web

Roma

Il traffico ruggisce la folla si disperde.
Tevere scorre pigro sotto gli angeli protettori.
Colpisce la perfezione di una facciata.
Campane annunciano il tramonto.
Le ombre si allungano sui sampietrini.
Vicoli dove la vita non ha mai fine.
“Domani cercheremo un Caravaggio”
Intanto l’acqua delle fontane raffresca l’aria.
 

 

 

 

 

 

 

 

 

Gelo

Il silenzioso fioccare lento.
È il tuo sguardo che ho nel sangue,
e il freddo.
Il gelo nelle mie ossa di marmo.
Ero nei tuoi occhi
Che non rivedrò più.
In quelle mani che mi strinsero
È la neve bianca del mio cuore.
 

 

 

Goccia

Una goccia di pioggia si posò su un vetro.
Era freddo e liscio, non dava appigli.
Sperò di potersi fermare un momento a fissare cosa c‘era oltre.
Oltre quel vetro vide due occhi ed una mano che la salutavano.
Poi un dito seguì il suo viaggio, la sua scia, e la accompagnò per non farla morire da sola.
 

 

 

Piccola storia sbagliata

Le sussurrava nelle orecchie:
“Ti basterà fare un gesto, mandarmi uno sguardo, un solo piccolo sospiro e mi avrai ai tuoi piedi”.
Ma quella mano pesante, che cercava di aprirle le cosce chiuse, rovinò il sogno…
 

 

 

Cattedrali

Cattedrali antiche,
edifici di pietra e sudore,
maestria e sangue.
Con le preghiere che salgono su fino al cielo,
ad espiare colpe che nessuno conosce
e a mendicare un angolo di paradiso.
Dalla potenza del vile denaro,
alla gloria di un Dio
che forse di qua non è passato mai.
Qui i miei peccati si amplificano
e si confondono con quelli dell’umanità.

 

 

 

 

Dal web

E venne la primavera

La riconobbe dal pesco in fiore
dal fresco profumo di gioventù
 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Pensieri indecenti

Con calma,
gambe accavallate, polso fermo
la mano compiva il tragitto dalla bocca
(dove la lingua umettava l’indice laccato)
alla rivista, dove quel dito piegandosi sfogliava,
sfogliava, cercava.
I denti mordicchiavano labbra rosse.
Le ciglia pesanti accompagnavano lo sguardo acuto
che coglieva ogni immagine, la catalogava
e la consegnava al cervello.
Con calma,
le pose di quei corpi,
quelle membra muscolose, quelle carni nude
provocavano nella donna dei lampi di luce
che, uno ad uno,
dalle sinapsi arrivavano alla pelle,
sotto la pelle, sotto la gonna.

 

 

 

 

Mare nostrum

Mimma raccoglieva conchiglie sulla riva del mare,
a piedi nudi, nella spuma fredda.
Con le onde arrivavano echi lontani,
sogni e speranze di viaggiatori perduti.
Mimma prestava l’orecchio a quei sussurri,
immaginando di ritrovarci un po’ della loro vita.
Inesorabile poi la sabbia le scivolava via tra le dita,
lasciandole bagnate,
come da lacrime.
 

 

 

 

Le favole di Mimma

Mimma raccontava favole, sottovoce, per non disturbare. Prendeva una favola famosa e gesticolando, lentamente, la plasmava a modo suo, sempre sorridendo con gli occhi. Allora magicamente uno stupido principe restava ranocchio; la fanciulla brandiva una spada e si liberava da sola dal drago; la bimba vestita di rosso passeggiava nel bosco con il lupo e spesso li trovavi di sera, con la nonna, al pub. Mimma regalava le sue fiabe che sapevano di vita vera pur non rubando nulla al sogno; chi sapeva ascoltarle si addormentava felice.

MORALE: Possiamo cambiare i finali delle favole, possiamo stravolgerli. Siamo liberi di sognare.

Terza classificata alla Sintogara “Favoleggiando”
 

 

 

 

Oggi non ho pensieri

Mi riposo stanca
Con gli occhi chiusi
affondo sul divano
Accolgo in me il silenzio
della stanza vuota
Oggi non ho pensieri
e finalmente
mi abbandono al nulla