Sintobiografia e sintoscritti di Mery Carol

 

Sono nata in Lucania un secolo fa, senza fissa dimora.
Sono rimasta girovaga nel cuore e nella mente.
Ora sono qui, un attimo dopo sono lontana mille miglia.
Nulla dies sine linea. Che mi riesca bene o no, ci provo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Se la vita, la libertà, la felicità sono diritti
inviolabili degli uomini,
come si può concepire la perdita della vita
prima che la libertà sia conquistata e
prima che la felicità sia conseguita?
Qui qualcuno sta barando.

 

 

 

 

 

 

 

 

Mio caro amore

sento che questo non è un giorno qualunque, non per me.
Ho voglia di dire, di gridare, di fare stranezze e, ovviamente, questo non mi si addice e, soprattutto, non mi è consentito. Il silenzio è la regola.
Più che scrivere non mi resta. Una lettera. Una sola.
Potrei augurarmi di perdere il senno perché io riesca a farti avere questa lettera e tu possa pensare ch’io vada farneticando.
Amore! Quante volte, di giorno e di notte, ti invoco, Amore mio!
Fosse anche per un solo istante, ti vorrei qui, accanto a me per specchiarmi nei tuoi occhi e accarezzarti il viso e, se tu stringessi le mie mani tra le tue, non chiederei di più.
Amore, non lo sai e non puoi sapere: sei nei miei pensieri, nel mio cuore, nel mio respiro, nei miei sogni più arditi, ma non nelle mie speranze.
Come potrei sperare di averti per me?
Cosa potrei darti che tu non abbia già abbondantemente dalla tua donna e dalla tua famiglia?
Ada! Quanto bene le voglio! A ripensarci… non ricordo di averla mai chiamata “mamma”. Eppure, in quelle bellissime vacanze nella vostra casa in Italia, mi lasciavo coccolare da lei con immenso piacere! Amavo i vestiti e le bambole che mi comprava e i pranzetti che preparava. Mi sembrava un angelo quando mi dava il bacio della buona notte.
Ma tu, tu eri “Papà!”
Eri papà quando, con il palmo della mano sul mappamondo, misuravi la distanza tra l’Italia e la Bielorussia e dicevi: «Vedi come siamo vicini?» e quando mi facevi ripetere “pa-pà” con l’accento e una sola pi e “A-da” con una di e senza accento.
Eri papà quando, in una saletta a Fiumicino, prima di imbarcarci per Kiew mi spalmasti Vicks VapoRub sul petto.
Ti chiamavo papà ed ero felice di avere anch’io un papà.
Quanti anni sono passati! A me sembra ieri!
Mi pare ieri l’estate in cui Marinella s’ingelosì: non voleva che io ti chiamassi papà e litigavamo spesso. Eravamo coetanee ma lei sembrava già una signorina, mentre io mostravo la metà dei miei anni e avevo bisogno di cure per attenuare i danni della nube di Chernobyl.
«È mio padre, non il tuo!» protestava lei, piangendo. Io per dispetto ripetevo a filastrocca:
«Papà tuo è papà mio, mio, mio, mio, è mio papà!»
Tu, amore, mi dicesti:
«Ti prego, non facciamola arrabbiare, chiamami Alessandro!»
In quel preciso istante i miei sentimenti per te cambiarono. Ero piccola per rendermene conto: non ero tua figlia ma ero tua comunque.
Crescendo, nei lunghi mesi, e poi anni, di lontananza, ho imparato ad analizzare quel senso di appartenenza che mi legava a te ogni giorno di più. Ho cercato di declassare quel legame a un sentimento di mera riconoscenza per l’aiuto economico con cui hai sostenuto me e la mia famiglia.
No, amore mio, la gratitudine è altra cosa.
Pensare continuamente a te, come eri e come sei, è il mio chiodo fisso. Ricordare una per una le tue parole, le tue movenze, i tuoi gesti è una necessità insopprimibile. Di questo ho bisogno per poter vivere.
Mi prende il panico se a tratti mi sfuggono le sfumature dei tuoi occhi. Tendono al blu o al verde?
Ho fatto ingrandire la tua foto, tu al centro tra Ada, me e Marinella; ho estrapolato il tuo volto in una decina di copie. Tutte, ahimé, stanno scolorendo.
Ho tentato di ravvisare una sorta di infatuazione in questa mia bramosia di te, ma troppo è il suo durare e se fosse una qualche malattia, ne sarei già morta.
Cos’altro è se non Amore?
Mi affaccio alla finestra che dà sulla piazzetta del mercato dei fiori; è ora di punta; c’è moltissima gente. Ti cerco nella folla a così tante miglia di distanza. Ti cerco all’università tra gli studenti e i colleghi. Mi par di vederti di spalle nei grandi magazzini H&D o sulle scale mobili della stazione centrale e il mio cuore sobbalza e impazza.
I tuoi capelli sono ancora castani o sono ingrigiti?
Il tuo viso è segnato da qualche ruga? Immagino che qualunque segno ti renda più bello.
Pazzo amore, il mio amore per te! Amore folle che mi avviluppa in una ragnatela senza vie d’uscita dalla quale non riesco e non voglio svincolarmi.
Sono pazza di te.
Amore, scusa! Devo interrompermi.
Ho appena ricevuto una lettera dall’Italia. Mittente Marinella…
L’ultima di un anno fa accennava alla tua malattia.
La corrispondenza tra noi in questi ultimi anni si è molto diradata.
Una lettera di Marinella! Non oso aprirla. Devo placarmi. Devo trovare il coraggio.
Devo riporre il mio scritto, ovviamente, anonimo, ma prima voglio scrivere ad alta voce:
«TI AMO, TI AMO DA MORIRE!»
Poi tacerò per sempre.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La stanza di Sally

La guida, con l’ombrello a stelle e strisce chiuso e puntato in alto, ci invita a seguirla. Il tempo stringe e lei vuole mostrarci un’ultima cosa:
«Una vergogna nazionale!» dice tra i denti.
Ci affrettiamo, studenti e docenti in fila, sul pavimento color erba dell’atrio e attraversiamo il portico con colonne e cupola in classico stile palladiano che il terzo presidente degli Stati Uniti D’America Thomas Jefferson volle per la sua villa di Monticello in Virginia, su un colle della sua sconfinata piantagione.
Il volto del grande presidente, padre fondatore della Nazione, è tra i quattro scolpiti nella roccia del monte Rushmore.
La villa di Monticello e l’Università della Virginia progettate dallo stesso Jefferson, sono state dichiarate patrimonio dell’umanità nel 1987.
La guida, impaziente, ci fa cenno di sbrigarci. Qualcuno del gruppo dà voce a una coppia di anziani neri che si sono accodati a noi ma stentano a tenere il passo.
La nostra guida si spazientisce e li blocca indicando loro un altro gruppo di turisti guidati da una ragazza di colore. Poi ci mostra l’orologio che ha al polso e punta l’ombrello a stelle e strisce verso i bagni.
C’è una lunga fila di persone in attesa e un grande cartello “WORK IN PROGRESS” indica uno stretto percorso da imboccare.
Tempo scaduto! La guida ci dice “Ciao!” e si dilegua.
Intanto i due anziani ci raggiungono solo per dirci, additando il cartello dei lavori in corso, che lì, proprio lì, era la stanza di Sally Hemings.
La mia irrefrenabile curiosità mi induce a informarmi.
Il nome di Sally Hemings figurava tra centinaia di altri schiavi e capi di bestiame nella dettagliata elencazione dei beni mobili e immobili di cui Thomas Jefferson era proprietario prima, durante e dopo la sua lunga presidenza degli Stati Uniti d’America.
La bambina, pelle color ambra, doveva essere graziosa e arguta se calamitò le concupiscenti attenzioni del padrone che ne fece la sua baby amante.
Appena adolescente, la trasferì dai tuguri degli schiavi in una piccola stanza della casa patronale.
In quella stanza miseramente arredata Sally lavorava da sarta accanto a un fumoso caminetto; cuciva e ricamava per la famiglia presidenziale e vi restò anche quando il presidente, a soli quarant’anni, rimase vedovo.
La giovane, bella e sagace Sally diede al potente uomo politico sicuramente sei figli; fu sempre a sua disposizione ma non ebbe mai alcun riconoscimento né fu mai affrancata.
Di nozze, neanche l’idea! In Virginia, all’epoca, i matrimoni misti erano vietati per legge.
Fu amore quello di Thomas Jefferson per la sua schiava?
Probabilmente sì, visto che non impalmò nessuna del nugolo delle signore che gli ronzavano intorno, e non allontanò mai Sally da sé.
Lei era il suo segreto che tutti, anche gli avversari più accaniti, fingevano di non conoscere. Era una vergogna tenuta e da tenere nascosta al pari di una relazione contro natura.
Dopo la morte di Jefferson, Sally Hemings continuò a vivere a Monticello nel culto del defunto amante-padrone.
La morte la colse ancora schiava nel 1835.
Trent’anni dopo la schiavitù fu abolita anche nello stato della Virginia e i matrimoni misti furono legalizzati solo nel 1957.
Una storia vergognosa per la nazione intera!
La misera stanza di Sally, prova tangibile di cotanta vergogna, finì sotto i colpi di piccone del più becero razzismo ipocrita e perbenista; fu ricoperta di piastrelle, wc e orinatoi per i turisti in visita alla casa museo.
La guida con l’ombrello a stelle e strisce, se fosse rimasta con noi ancora qualche minuto, forse, ci avrebbe detto che i lavori in corso sono lavori di restauro che riporteranno alla luce la stanza di Sally così com’era nel ‘700 e che la storia d’amore del presidente e la sua schiava, in nome della verità e della giustizia e contro ogni forma di razzismo, sarà raccontata alle scolaresche.
Ma forse aggiungerebbe tra i denti: «È una vergogna nazionale!»

 

 

 

 

Dipinto di Mery Carol

Io e l’altra

I miei lati oscuri
Sono gli occhi chiusi
Che negano di vedere
La mano che mi ferisce.
Sono i ricordi molesti
Che andrebbero cancellati
Invece con acribia
Li ho incorniciati.

Sono la faccia celata
Di un’altra me
Che io stessa non conosco
O forse non ricordo
Eppure mi dà ordini
M’impone veti imprevisti
Che m’inducono a lottare
E la vittoria non è mai decisiva.
I miei lati oscuri
Sono il mio io diverso
Temo siano il meglio di me.

 

 

 

I poeti

Scrivono di notte i poeti
Intingono la penna nelle lacrime
Il tratto si colora
All’aprirsi del sole

 

 

 

Mirko Prokavic

Dopo anni di forzata convivenza con la vecchia madre e una sorella isterica, Mirko Prokavic decise di accettare la corte di una florida vedova e i suoi cinque figli. Loro gli riempivano i giorni di premure e moine e lui condivideva parte del suo stipendio per il loro sostentamento.
Poi quella ventata d’aria nuova, quel sorprendente viaggio da Sarajevo a Firenze per un convegno internazionale delle Ferrovie.
Aiutato dai colleghi italiani, riuscì a mettersi in contatto con la bella Irma, ex compagna di studi all’Ateneo di Lubiana. C’era stato tra loro un innocente, giovanile amore, ma lei aveva scelto un maturo professore dall’irresistibile fascino dell’eroe, poi morto in carcere per essersi opposto al regime di Tito.
L’incontro fra i due a Venezia fu affettuoso e ricco di promesse.
Ecco il dilemma per il povero Prokavic: la famigliola calda e accogliente della sua etnia o la vecchia fiamma che stava per lasciare Venezia e raggiungere la figlia a New York?
Le telefonate d’ufficio tra lui e i colleghi del Ministero a Roma si concludevano sempre con una nota personale:
“Povero io! Non deciso. Troppe donne. Povero io!” La madre, la sorella, la vedova con cinque figli lo trattenevano; lei, Irma, voleva sradicarlo dal suo piccolo mondo e portarlo a Manhattan.
“Povero io! Povero io!”
Poi il conflitto serbo-bosniaco stravolse quelle martoriate terre e di Prokavic non avemmo più notizie.

MIRKO PROKAVIC e JELENA PROKAVIC, fratello e sorella, due nomi incisi in una lunga lista tra le vittime di Srebrenica.

 

 

 

Amicizia

Cara signorina Ester,
oggi dovrebbe essere la Candelora.
Conto e riconto le tacche incise con il coltellino sulla trave d’angolo che sostiene la volta della galleria AT2.
Sono passati quaranta giorni dal Natale, giorno in cui ricevetti la vostra gentile lettera con le molte parole di conforto di cui vi sono immensamente grato.
In tutto questo tempo la vostra missiva è stata l’unica cosa bella che mi ha aiutato a sopportare le pene, la fatica e, perdonatemi, la paura.
Qui, tra queste crude montagne si vive come in un inferno, solo che, al posto delle fiamme ardenti, ci distruggono il gelo e l’umidità, quando riusciamo a scansare le pallottole dei nemici.
Nemici! Che poi sono poveretti pure loro; carne e ossa come noi.
Carne da macello siamo. Tutti quanti. Verrà mai la fine di tutto questo?
Io spero che questa mia vi trovi bene in salute. Di me non aggiungo altro se non i ringraziamenti per il tempo che mi dedicate scrivendomi.
Permettetemi di dirvi, senza offesa, che vi voglio bene e vorrei tornare vivo al paese per conoscervi e dirvi “grazie” di persona.
Rispettosamente vi abbraccio.

Vostro devoto amico B. C.