Sintogara “La lettera che non ho scritto”, maggio 2018

17/05/2018 da vittorialices

Vince la sintogara Maria La Bianca,  con una lettera molto originale

 

Caro tu,
sì, proprio tu.
Dicono che tu ci sia, da qualche parte.
Le lettere arrivano a destinazione quasi sempre. A volte è solo questione di destino. Così scrivo a te.
È un bel passaggio da tu a te. Eppure non cerco un complemento di termine.
Al termine ho già dato. A chi, a che cosa, non serve adesso rispondere. Non a te.
Di te non conosco altro che questo tu che si fa te e ti… potresti essere proprio un bel complemento, un’espansione aggiunta, come il valore, della mia frase. Minima? Non esattamente.
Ho già abbondanza di specificazioni, cause, effetti. Più di un luogo, moto e stato alternati.
Di tempo troppo, continuato.
Del fine ho gia detto, nel termine.
Allora è senza fine, doppio, che ti dico. Ed è te che intendo.
Stanca di compimenti di cui subisco l’azione.
Quanti complementi! Quello d’agente? Fai tu.Direttamente. Senza essere oggetto.
Ciao, tu.
Io
P.s.
Sono solo due lettere tu.
Sono solo due lettere io.
Una quella che non ho mai scritto tra io e tu.
Sì, tu non te.
È il soggetto plurale il complemento d’inizio.
Io e tu.
Ecco, l’ho scritta.
Nella mancanza di accento infinite azioni, note.

 

Tra le bellissime lettere pubblicate, noi amministratori ne abbiamo scelte alcune.

 

Una lettera mai spedita
di  Graziella Dimilito

Cara Sonia,
dopo tanti anni mi decido a scriverti per chiederti scusa. Interruppi bruscamente la nostra amicizia con la scusa del litigio che avemmo quella sera, quando tu mi rimproverasti aspramente perché dicevi che ero gelosa di te:
“Sei gelosa, perché non hai un papà simpatico come il mio, fai di tutto per farci litigare e per sembrare migliore di me! Ma la figlia di mio padre sono io! Smettila di metterti sempre in mostra per farmi sfigurare”.
Ricordo testualmente le tue parole e ancora mi fanno male.
La verità è che avevi ragione, mio padre era l’uomo più noioso del mondo, non mi piaceva stare in sua compagnia, così trovavo mille scuse per venire a casa vostra. Quanti anni avevamo allora? Dodici o tredici, non di più. Quando entravo nella vostra casa e vi vedevo ridere e scherzare mi veniva da piangere e facevo di tutto per farmi notare con battute stupide. Ma soprattutto guardavo lui… tuo padre. A quei tempi non potevo capire cos’era quello strano turbamento che mi rimescolava lo stomaco, ai nostri tempi si era considerate ancora bambine, non sapevamo niente di ‘certe cose’. Lo capii più tardi naturalmente: mi ero innamorata, invaghita, infatuata di tuo padre. Forse lui se ne accorse, non lo so, in ogni caso fu sempre molto corretto e gentile con me. Ti voglio chiedere scusa perché tu, pur senza malizia, avevi notato la stranezza del mio comportamento, pensavi che io volessi sminuirti ai suoi occhi. Quanto ho pianto per lui! Dopo il nostro litigio non ci vedemmo più, di conseguenza non vidi più neanche il mio “amore”. Ora sorrido ripensandoci, e ti scrivo con la speranza di rivederti e ridere insieme della nostra ingenuità.

Con affetto

Claudia

In fondo al cassetto della scrivania ho trovato questa lettera che scrissi a Sonia tempo fa e non spedii mai, poiché mi comunicarono che la mia amica era morta di meningite fulminante..

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Di Zagare e Timo parole
di Fabrizio Pecchioli

Caro amico
ti scrivo
che certe volte
fermarsi
a pensare
riveste di oro
parole
altrimenti uscite
di bocca
ignude
e senza il profumo
d’un gusto sincero

Caro amico
ti scrivo
su questa carta
impregnata
di zagare
e timo
cosicché
tu possa ricordare
le corse nei campi di
quando avevamo dei cuori
davvero leggeri

Caro amico ti scrivo
e dovrei farlo più spesso
ma mentre lo faccio
piango
e una lacrima scende
sul blu dell’inchiostro
a farlo sembrare l’oceano
che ci separa
O forse l’Oceano
che annega sempre il destino
il mio
che mi tiene lontano da te

Caro amico
ti scriverò un’altra volta
se imparo a nuotare
Oppure a soffrire.

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Caro Filippo
di Ida De Giorgio

Caro Filippo,
immagino già la tua espressione alla “mo` che vuole sta rompipalle” e quindi ti rassicuro.
Questa lettera è scritta per una gara di scrittura e non è l’avvisaglia di un ritorno di fiamma, cosa che userei volentieri per incenerire il ricordo della nostra relazione.
Quindi è più un appunto per me stessa che per te, per esternare di averti finalmente capito davvero e per avere la soddisfazione di finire una delle mie reprimende interrotte.
Infatti, ogni volta che intraprendevo una qualche discussione riguardante noi, il tuo modo di tagliare corto era dire: ”Non sono in grado di tenerti testa dialetticamente” con lo sguardo basso del cane bastonato senza colpe.
E cosa parlavo a fare io ad uno che non sapeva come rispondere? Per non parlare dell’orgoglio di sentirmi considerata una donna così arguta ed intelligente dal proprio compagno.
Così finiva tutto a tarallucci e vino, tu riprendevi a comportarti come sempre ed io a farmene una ragione.
Ci ho messo anni per capire che quella resa incondizionata ed apparentemente ingenua era l’apoteosi della tua astuzia, della serie ”la zittisco e passo pure per quello innocente”.
Perché è vero che amavo utilizzare un linguaggio aulico per i miei monologhi recriminatori
ma il succo del discorso è che ti rimproveravo di essere uno stronzo e tu sapevi benissimo di esserlo.
Direi che, volendo fare una graduatoria delle tue frasi storiche, questa occupa senz’altro il primo posto.
Subito dopo metterei il “se ti raccontassi…” quando ti chiedevo qualcosa di più personale sulla tua vita prima di conoscerti.
Ecco, raccontami adesso, eri un serial Killer? Una spia sovietica? Un diversamente sessuale? Cosa ci poteva essere di così segreto e sconvolgente a parte gli amici del calcetto, il lavoro e magari qualche sveltina qua e là, anche in corso d’opera durante un fidanzamento? Perché la storia dell’alone di mistero ora non vale più.
Al terzo posto la mia preferita: “Non sono in grado di esprimere a parole il bene che ti voglio”. All’apparenza di una tenerezza disarmante a sottintendere una mole così enorme di affetto da non poterla confinare nelle parole. Ma a pensarci bene quale difficoltà c’è a dire ti amo. O pensavi che pronunciarlo avrebbe prodotto una reazione anafilattica tale da ucciderti?
Ma alla fine io l’ho scoperto il tuo gioco: non volevi impegnarti, non volevi dire nulla che potesse in qualche modo danneggiarti. Come nei polizieschi: tutto ciò che dirà potrebbe essere usato in tribunale contro di lei.
In tutta coscienza non posso rimproverarti di avermi mai contraddetta, di aver mai litigato, di avermi fatto promesse di amore eterno.
Sei riuscito a fare l’amante senza coinvolgimenti di nessun tipo.
Quindi, caro Filippo, se ti sei preso la briga di arrivare alla fine della pagina, sappi che ti considero un vero genio anche se l’ho scoperto dopo la tua dipartita.
Chapeau a te, Filippo, ma stai attento a non attraversare mai davanti alla mia auto.

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