Sintogara “L’incipit che più mi ispira” – Febbraio 2018

02/03/2018 da vittorialices

 

 

Vince la sintogara Irene Minuti col sintoracconto “Amore nero” – Incipit di Alex Haley

 

Irene è riuscita ad affrontare un argomento difficile, perché trattato da tanti “grandi” della letteratura, in modo sintetico e niente affatto scontato.

 

 

Dal web

 

 

Amore nero

Sir Smith, proprietario terriero, basso rossiccio di carnagione, era un po’ di anni che viveva in Sudamerica. Aveva sposato Julia, più giovane di lui.
Sir Smith sapeva benissimo che i suoi campi erano fertili, ottimi per la coltivazione del cotone. Ormai non si accontentava più degli indigeni, sapeva che erano migliori i neri africani che, resistenti alla fatica, venivano comprati per lo scopo.
Con Kunta viaggiava Boseda, un ragazzone tutto muscoli, e la sua esile sorella Amina; furono imbarcati su una nave, viaggiarono in molti, accalcati e incatenati l’un l’altro ai piedi. Arrivarono alle piantagioni di Sir Smith dopo due mesi di quel calvario.
Di buonora, incatenati e con le caviglie tumefatte, venivano condotti nei campi fino al calare del sole. La brutalità dei padroni e del lavoro era disumana. Erano supervisionati, frustati a sangue. Le donne oltre al lavoro nei campi, subivano violenze carnali da parte dei padroni, con l’intento di far nascere nuovi schiavi. Un giorno Amina dopo tanti soprusi, priva di forze, cadde svenuta, fu portata nella capanna e gettata sul giaciglio. La signora Julia conosceva bene ciò che succedeva. Quando Sir Smith si allontanava, lei di nascosto faceva il giro delle capanne, nascondeva un po’ di cibo e acqua sotto le vesti, e portava un po’ di sollievo a quelle povere schiave. Avendo saputo di Amina le portò un po’ di cibo. Il giorno dopo Amina già era stata ricondotta nei campi, ma trovò Boseda, suo fratello, per terra nella capanna, con la schiena frustata e marchiata a fuoco, questo per aver voluto aiutare Amina nel campo. Julia si strappò la sottoveste, ne fece delle pezze le intrise di acqua, cercò di dar sollievo al povero ragazzo.
Tutti i giorni tornava da lui e iniziò la loro storia fatta di sguardi e mani che si sfioravano.

Sir Smith appagava il suo sesso con le schiave, nemmeno più la camera da letto divideva con sua moglie, e anche Julia in quella casa si sentiva prigioniera.
E fu così che Julia, si innamorò. Julia e Boseda si incontravano di notte fra i rovi, erano come due animali selvatici.

Lei con i suoi occhi chiari e le guance in fiamme lo scrutava nel buio, lo vedeva avanzare, il corpo teso, virile, e nel suo intimo si risvegliava una grande passione.Boseda non le dava il tempo di pensare e incominciava ad accarezzarle i seni attraverso la stoffa sottile dell’abito, poi sollevava la gonna, e così continuava il loro amplesso fatto di attimi rubati. Tutto si consumava in fretta e lei rientrava svelta in casa.

Sir Smith si accorse della moglie che usciva, la seguì e scoprì quel legame bianco e nero.Julia il giorno dopo, fu portata nei campi, molte volte la conduceva lì il marito, per farglieli vedere e vantarsi così della sua immensa ricchezza.Quando arrivarono fu trascinato dinanzi a loro Boseda, Julia impallidì.

Sir Smith tirò fuori il suo coltello: sferrò due colpi nel petto del giovane schiavo, Julia svenne ai piedi del marito e lui conficcò la lama anche tra i suoi seni.

 

 

 

Meritevoli di menzione

 

Mario De Santis, con la poesia “Tu che ne sai” – Incipit di Alda Merini

 

 

Dipinto di Albino Caramazza

Tu che ne sai

Tu che ne sai
della mia follia
di me
sole stanco al tramonto
rifiuto ingombrante
che nessuno raccoglie
foschia perenne
di giorni sempre grigi
Che ne sai
del letto di contenzione
delle mie maree mentali
dei miei amori
amati invano
TU CHE NE SAI

 

 

 

 

 

Ida De Giorgio, con il racconto “Non è mai troppo tardi” – Incipit di Jane Austen

 

 

Dal web

 

 

Non è mai troppo tardi

È un fatto universalmente noto che uno scapolo provvisto di un cospicuo patrimonio non possa fare a meno di prendere moglie. Il problema era riuscire a stanarlo, visto che la bella idea di sistemarsi a vita sulle spalle di un uomo sfrigolava nella mente di tutte le sue amiche.
Elisa, però, era la più determinata: lei era contraria all’emancipazione, soprattutto da quando era diventato così difficile trovare lavoro.
Decise di attuare una metodologia scientifica, tracciandone un profilo, alla Criminal minds. Requisiti: entrata o rendita fissa, casa di proprietà, disponibile viaggi, generoso, colto. Aggiunse sano di mente, nel dubbio che fosse stato scartato dalle altre per una qualche tara. Età: adeguata. Un range di cinque anni più o meno. Potendo, senza mogli pregresse né figli. L’ideale sarebbe stato anche orfano e figlio unico. Romantico? Non aveva importanza, tanto l’amore c’entrava poco in un matrimonio d’interesse. Neanche la bellezza, anche se sarebbe stato meglio uno appena appena decente.
Bene, poteva bastare. Ora bisognava stabilire dove cercarlo.
Elisa scartò le crociere per single: troppe concorrenti. Le palestre e le piscine avrebbero messo in evidenza quei rotolini mai smaltiti. Optò per i circoli culturali: regno dei solitari timidi. Ci avrebbe pensato lei a mettere brio nella loro vita.
Trovò un cineforum abbastanza vicino a casa: ci sarebbe andata a piedi e si sarebbe fatta riaccompagnare dal prescelto. Qualora ci fosse stato.
Studiò quello che c’era da sapere sul film, per essere pronta a darsi arie da intenditrice, e bevve un caffè doppio contro la botta di sonno.
Scelse l’abbigliamento: informale ma elegante, niente tacchi ed un trucco sobrio.
Insomma: donna acculturata single ma non disperata, perché gli uomini hanno un sesto senso per le cacciatrici.
La sala era intima, quasi un salotto, con tavolini e poltroncine. Prima della proiezione, mentre il referente presentava il film, si guardò intorno.
Alcune donne sole o in compagnia di amiche, un paio di coppie e due uomini seduti in disparte, ai lati opposti della sala. Uno troppo anziano, anche se l’idea di una florida pensione, magari reversibile, non era proprio da escludere. L’altro era un bell’uomo brizzolato, alto ed elegante, con un cappotto grigio di cammello e una sciarpa di seta al collo: un tocco di raffinatezza. Elisa lo studiò con la coda dell’occhio, facendo finta di guardarsi intorno; l’uomo fece lo stesso.
All’uscita, Elisa indugiò sulla porta, appena fu sicura di avere il brizzolato alle spalle si avviò sulla strada di casa. Dopo pochi passi, l’uomo la affiancò: ‹‹Andiamo dalla stessa parte?››. Chiacchierarono piacevolmente delle reciproche vite. Intanto Elisa spuntava le voci del suo profilo dell’uomo ideale: vedovo, senza figli, direttore di banca, palazzotto di famiglia. Era una notte fredda, Elisa rabbrividì. Il brizzolato si tolse la sciarpa e la mise intorno al suo collo. “Anche galante”, sorrise Elisa. Poi il brizzolato cominciò a stringere. L’ultimo pensiero di Elisa fu: “Eppure me l’ero appuntato, che dovevo considerare le tare mentali!”

 

 

 

Graziella Dimilito, col racconto “Disgelo” – Incipit di Ken Follett

 

Enrico Soffrizzi

 

 

Disgelo

Finalmente i primi raggi di sole primaverili facevano capolino cercando di scalfire la spessa crosta di ghiaccio che ricopriva il bosco e il laghetto. Il vecchio Bud affrontò con la massima cautela la salita, aiutandosi col bastone. Arrivato in cima alla collina si avvicinò al pioppo e controllò attentamente la base dell’albero; tutto a posto, per ora.
Tornò al villaggio e si diresse in chiesa. Tutto era pronto per la messa in memoria di suo fratello, trovato morto nel suo letto tre mesi prima. Il medico scrisse “infarto” sul certificato di morte, ma Bud sapeva che si era suicidato, non lo avrebbe mai detto ovviamente, altrimenti non gli avrebbero fatto il rito funebre in chiesa.
Ripensò a come si svolsero i fatti: suo fratello aveva investito una forte somma nella costruzione di un piccolo centro residenziale, un investimento che avrebbe fruttato bene con la riscossione degli affitti. Un’ottima eredità per i suoi figli. Ma l’intermediario sparì con il denaro, lasciando sul lastrico gli investitori. Tutti lo cercavano inutilmente. Il fratello di Bud non resse alla grave perdita, cadde in depressione e infine si suicidò con una dose eccessiva di farmaco digitale che gli causò l’infarto. Bud trovò la confezione vuota e la fece sparire, poi andò alla ricerca del bastardo truffatore… e lo trovò. Era inverno, l’inverno più freddo degli ultimi quarant’anni.
Con l’arrivo del disgelo, Bud dovrà controllare più spesso la base del pioppo in cima alla collina,
potrebbe affiorare il corpo del bastardo truffatore.

 

 

 

Francesco Colaci, col racconto “Illusioni perdute” – Incipit di Honorè De Balzac

 

 


 

Illusioni Perdute

È risaputo, affiora più facilmente il ricordo di un’esperienza traumatica piuttosto di una gioiosa.
Denominata “la cappella d’Italia”, Bergamo e provincia, donarono a Santa Madre Chiesa un papa, (Giovanni XXIII), numerosi sacerdoti e missionari, distribuiti nei cinque continenti. Il raggiungimento di questi lusinghieri risultati era da attribuire, in parte, alla costruzione di nuove scuole, a insegnanti capaci e rigorosi, in parte, ad una campagna di “reclutamento” che avveniva nelle scuole elementari, e rivolta in particolare modo ai figli di famiglie disagiate o povere, anche del sud Italia.
Il reclutatore di turno, di solito un prete di bella presenza, simpatico affabulatore, passò anche nella mia classe.
Ci promise una vita avventurosa: da veri eroi dovevamo evangelizzare popolazioni ancora selvagge portando loro “la buona novella”.
Passando a questioni più prosaiche, ci spiegava la convenienza di una nostra eventuale adesione: una scuola altamente qualificata, gite frequenti, vacanze al mare, vitto e alloggio a poco prezzo, (benefattori disponibili, in caso di insolvenza dei nostri genitori, ad onorare la retta mensile).
Cacchio cacchio!
Mi veniva offerta la possibilità di diventare, se non santo, perlomeno eroe, ad un costo estremamente conveniente.
Non ci pensai molto, feci la mia scelta… certo vivere lontano da casa, dagli affetti, dagli amici, mi sarebbe costato un po’, d’altra parte l’obiettivo da raggiungere era ambizioso e richiedeva necessariamente qualche rinuncia.
Firmai. Sarei stato un missionario di Cristo!
Bergamo, anno scolastico 1970/71.
Dopo tre anni, pieni di entusiasmo e favorevoli alla missione sottoscritta, all’inizio del quarto ginnasio, ebbi un netto calo di rendimento scolastico, nonostante il mio impegno fosse massimo, come mai prima d’allora. Non riuscivo a prendere una sufficienza neanche a ginnastica.
Mi ammalai spesso, mi finsi matto o forse lo ero diventato veramente, di sicuro tendevo ad isolarmi per proteggermi da quella realtà diventata improvvisamente,anzi, inspiegabilmente penosa.
L’anno scolastico volgeva al termine e con esso lo scontato epilogo: respinto e non idoneo a convertire le genti.
Mi trovai a dover rimodulare le mie ambizioni, da nobile cavaliere a scudiero, da Don Chisciotte a Sancho Panza.

 

 

 

Fiorenza Zaniol, col racconto “Percorsi notturni” – Incipit di L. Tolstoj

 

 

Percorsi notturni

Tutte le famiglie felici si assomigliano fra loro, ogni famiglia infelice è infelice a suo modo, pensa chiudendo la porta e scendendo le scale. E’ quasi mezzanotte. Al terzo scalino la luce si spegne. Ingiuriando la notte, va a tentoni verso l’interruttore stella, si prende un abbaglio ed esce al buio. Nel cortile incontra la martora, occhio azzurro, dente aguzzo, che la fissa incazzata e fugge. Il lampione della strada illumina le foglie, che ai bordi, si abbracciano stanche. C’è già profumo d’inverno nell’aria. Prima di giungere al portone di casa si ferma a guardare il cielo. E’ il suo rito quotidiano. Sa, che se avanza ancora, la luce d’entrata scorge il suo passo e spegne la notte. Un sorriso le illumina il viso mentre alza la testa e respira ogni stella. Ci sono e sono tante. Domani ci sarà anche il sole. Sale le scale di corsa mormorando tra sè una vecchia filastrocca. “Stella stellina la notte si avvicina la fiamma traballa la mucca è nella stalla la mucca e il vitello la pecora e l’agnello la chioccia coi pulcini la mamma coi bambini ognuno ha la sua mamma e tutti fan la nanna”.
Arriva senza fiato all’ultimo piano, davanti alla sua porta. Apre, entra, chiude. Sospira al buio che la accoglie. Ogni casa ha muri spessi che nascondono, celano o proteggono. E così vuole che sia e rimanga. Lei, non ha paura del buio.
 

 

Maria Teresa Dotti, con il racconto “La mancanza” – Incipit di Robert James Waller

 

“Ci sono canzoni che nascono dall’erba punteggiata d’azzurro, dalla polvere di migliaia di strade di campagna. Questa ne incarna la poesia.”
 

Dipinto, E. Hopper

 

La mancanza

E ci sono canzoni che nascono dal sibilo inquieto del vento nelle notti di tempesta.
È in queste notti che mi urge pensarti, quando le prime gocce del temporale sciolgono il loro ritmo sui vetri.
Prima di scatenare l’inferno, prima di dar vita alle ombre.
Al piano ci sei tu, con una sigaretta ridotta in cenere tra le dita, mentre bevi d’un sorso i tuoi tormenti insieme al cognac.
Mi è facile trovarti tra lo svolazzo agitato delle tende soffiate dagli spifferi, così tremo anch’io, nella luce della lampada che rischiara i muri e abbandono il libro su uno spigolo di tavolo.
Mi guardo attorno.
Non mi è mai parsa così affollata come ora questa stanza, affollata di mancanze, per assurdo.
Mi mancano le tue note inventate a caso, le parole con cui dare un senso a una storia senza finale…
Chissà se lo hai creato tu questo gioco così crudele, tu che spavaldo mi sorridi da una cornice, tu che non ci sei, eppure ti fai sentire.
Forte, come il canto delle cicale nelle sere d’estate, quando a piedi nudi cammino senza meta, quando ti costringo ad uscire dalla mente.
E ti volto le spalle.
Come fosse il modo giusto per scordarti.
Quando basta una canzone e la musica del vento che scivola dolce da sotto le tue dita,
a portarti in un soffio sulle labbra…
Ad gli occhi chiusi, come quando fai l’amore.
 

 

Lucia Amorosi, col racconto “Che la festa cominci” – Incipit di Niccolò Ammaniti

 


 

Che la festa cominci

Letizia stringeva il libro al petto mentre sdraiata sul prato di Villa Ada fissava il cielo.
Sullo sfondo rosato del tramonto galleggiavano delle nuvole di finta panna, e più vicine quelle formate dalla maestria di Luigi, alle prese con il solito spinello.
Questi lisciandosi il pizzetto si decise ad aprire il discorso, con voce lenta e impastata:
«Così tuo padre ti ha proibito di tenere quel libro… solo perché ha letto l’incipit!»
«Già.» rispose la ragazza, masticando con rabbia un chewingum
«Senza sapere di cosa tratta.»
«Già.»
«E perché?»
«Perché parla di una setta, quindi per lui è una setta satanica, quindi per lui io sono una degenerata, scavezzacollo e miscredente che predilige queste schifezze ai testi scolastici.»
Il ragazzo sorrise, sbuffando l’ennesima nuvoletta, stavolta a forma di ciambella.
«Ma gli hai detto che ce l’ha consigliato la proff.?»
«Non mi ha dato il tempo, gridava con gli occhi fuori dalle orbite, e sono scappata via.»
«Tuo padre è un bigotto violento.»
«Già.»
«Uno che non vede oltre il proprio naso.»
«Già.»
«Dovresti fargliela pagare.»
«Già. Anzi no, forse dovrei provare a essere per una volta come lui crede che io sia.»
«Rallenta Letizia, non ti ho capito…»
Letizia si alzò a sedere e sfilò lo spinello dalle mani di Luigi.
«Che fai? Aspetta, quella è roba forte!»
Senza dar retta al consiglio dell’amico aspirò velocemente due forti boccate, che le rigirarono lo stomaco; lei che non aveva mai fumato. Però trattenne la nausea e si distese nuovamente accanto al ragazzo che la guardava stupito.

Con gli occhi nuovamente puntati al cielo non dovette attendere molto: le nuvole iniziarono a prendere forme molto più nitide, e qualcuna scese sul prato…
Letizia sorrise soddisfatta e si sistemò meglio con la schiena, come si fa stesi sulla sabbia al mare, o sulla poltrona al cinema.
Una tigre albina le passò accanto inseguita da una volpe rossa, e sul vialetto di ghiaia accanto al lago presero forma quattro elefanti con i battitori.
IL SUONO DI CORNO INGLESE SI LEVO’ DALLE TENEBRE DEL BOSCO. E UNO SCALPICCIO DI ZOCCOLI SI FECE SEMPRE Più VICINO.
Dal villino sulla collina veniva la melodia romantica di un pianoforte.
Letizia chiuse gli occhi e sorridendo iniziò la sua elaborazione del libro, alla faccia di suo padre, adesso se lo sarebbe goduto alla grande!
 

 

Carlo Staffa, con la poesia “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi” – Incipit di C. Pavese

 

 

Dipinto, “La bimba promessa”, Nunzia Colucci

Verrà la morte e avrà i tuoi occhi

Quando la morte
Verrà a reclamare
La mia anima,
Anche tu,
Che dici di amarmi
E che sono
L’unica luce del tuo
Sguardo,
Sì anche tu,
Perderai la luce
E non potrai
Vedere oltre.
Quando il mio corpo
Resterà muto
I tuoi occhi,
Più non parleranno
Ed allora…
Verrà la morte ed avrà i tuoi occhi!

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